Arrivo con trenta minuti di anticipo. Sono curiosa e allo stesso tempo intimorita. “Laboratorio di inglese per minori afgani”. Entro nella stanza e mi accoglie il mediatore culturale con un sorriso che distende e rassicura. Oggi ci sono 8 ragazzi, tra i 15 e i 17 anni. Fanno tenerezza, sembrano piccoli uomini. Uno di loro, Jamil, non sa scrivere e allora mi siedo vicino a lui e impariamo insieme a scrivere il suo nome, ci proviamo collegando i puntini come si fa nei giochi della settimana enigmistica.

I giochi infatti. Quelli sono importanti perché la conquista è anche farli sorridere. Ridere insieme a loro di qualche stupidaggine, magari mimando una scenetta in inglese alla stazione oppure giocando a memory. Farli sentire al centro dell’attenzione, quel tipo di attenzione positiva che forse li incoraggia e li conforta. Brevi istanti nei quali spero dimentichino la fatica e lo spavento dei momenti bui.

Tre ore passano in fretta. Anche loro passano. Questa è una breve sosta prima di proseguire il viaggio verso i paesi che desiderano raggiungere e dove sperano di trovare migliori condizioni di vita e prospettive di integrazione. Non è facile descrivere la sensazione provata dopo che un ragazzo di 15 anni ti stringe la mano in segno di gratitudine per quelle ore trascorse diversamente, nelle quali ha appreso qualche frase utile per il suo viaggio. Alcuni di loro si raccontano e descrivono le preoccupazioni che hanno vissuto; la fuga dalla guerra, il viaggio rischioso ed incerto, il timore di essere catturati, ma anche gli attimi di speranza. Sono ragazzi che cercano accoglienza, ascolto e una mano tesa.

L’Associazione Binario 15 è un raggio di sole in un cielo opaco. E’ fatta di giovani, italiani e afgani residenti in Italia, che percorrono insieme la strada della solidarietà e sono belli perché hanno nella testa l’obiettivo di sostenere chi è in difficoltà. Provano a fare quello che dovrebbero fare (e non fanno) le istituzioni: accogliere le persone in difficoltà che provengono da paesi dove ci sono guerre, carestie, povertà estrema, sete e fame, invece di rifiutarle e costringerle a nascondersi a causa di leggi assurde e inumane. La loro è una tenacia che mi ha dato tantissima speranza oltre alla voglia di condividere, anche solo per un tratto, il loro percorso.

Sono entrata in punta di piedi e ne sono stata travolta. Il laboratorio per oggi è terminato. E mentre alle mie spalle si chiude la porta della sede dell’associazione, si apre quella del mio cuore e nella mia testa posso coltivare il pensiero che oggi mi sono sentita meno impotente e che domani, leggendo le notizie sui migranti, mi sentirò come il colibrì che spegne il fuoco nella foresta incendiata.

Daniela